venerdì 6 febbraio 2015

I Paesaggi di Thomas Girtin

Buon pomeriggiooooo!!!!!!! :D

Lo so, lo so, sono stata assente per qualche giorno e vi ho lasciato a secco di post, ma sono stata superimpegnatissima quindi sono stata assente giustificata!!! ;-P
Comunque per farmi perdonare vi lascerò un post più lungo di un papiro egizio, farò addirittura concorrenza alla Treccani!!!! ahahaha

Oggi cambiamo decisamente argomento del post: niente chiacchierino (ma se ne avete proprio voglia potete sempre dare un'occhiata ai post precedenti come questo o quest'altro oppure girare nel blog come preferite), ma acquerello, nella fattispecie ho scelto Thomas Girtin, paesaggista londinese vissuto tra il 1775 ed il 1802.
Sapete che ho molti interessi e mi piace cambiare spesso gli argomenti dei post così non ci si annoia mai e si impara qualcosa di nuovo, ma sempre con leggerezza (anche perché le spiegazioni pesanti e tediose non fanno proprio per me!! ;-)   )

Ordunque dicevo, dopo George. D. Ehret, Mary Moser e Albrecht Dürer , ho scelto di parlarvi di Thomas Girtin perché fu un acquerellista innovatore dato che nel suo stile abbandonò i dettagli precisi e meticolosi concentrandosi invece su ampie bande orizzontali in modo da esaltare il colore.


John Opie
“Ritratto di Thomas Girtin“, 1800
Olio su tela, 77 x 64 cm


Aveva una concezione maestosa del paesaggio e questa sua caratteristica, unita all'utilizzo di pennellate marroni molto fini per i dettagli architettonici, fu imitata da molti altri artisti.

Nell’ “Abbazia di Thorton” e ne “Il Castello di Glamis“ si può notare il suo tipico schema compositivo.


Thomas Girtin
“Il Castello di Glamis“
Acquerello su carta, 34,9 x 25,4 cm


L'attenzione dell'osservatore si sofferma lungo il primo piano, soprattutto se è presente una distesa d'acqua, senza essere disturbato dalla presenza di dettagli.
Le costruzioni sono al centro della composizione interrompendo la linea dell'orizzonte, mentre piccole figure solitarie aiutano il senso prospettico (avete notato la dimensione quasi microscopica dell'uomo davanti la costruzione?).

Inizialmente la sua tavolozza era piuttosto limitata, prediligendo una base di grigio, ma dal 1790 si arricchì di colori, divenne più scura e con pennellate più ampie.
La tavolozza si estese a 15 pigmenti, sempre gli stessi: 
- gialli: ocra romana, lacca gialla, gommagutta e rosa bruno;
- blu: indaco, blu oltremare e blu di Prussia;
- rossi: rosso chiaro, rosso indiano, rosso veneziano, lacca rossa;
- terre: terra di Cologne, terra di Siena bruciata, bruno robbia, bruno Vandyck.
Purtroppo le lacche, la gommagutta, il rosa bruno e l’indaco sono poco resistenti quindi oggi le tinte sono sbiadite.

Girtin è stato spesso paragonato a Turner (in quanto contemporanei), ma le loro tecniche sono molto diverse.
Girtin, infatti, stendeva miscele dense ma precise, passando dagli strati più chiari a quelli più scuri, usava esclusivamente acquerelli cercando però i toni saturi e compatti della pittura ad olio e, a differenza di Turner, non usava il tratteggio né la raschiatura.

Ne “Le Cascate dell’Ogwen” il particolare tipo di carta (carta vergella di un color grigio camoscio) con una texture verticale (visibile soprattutto nella zona in basso a sinistra, poco lavorata) esalta l’altezza delle cascate.


Thomas Girtin
“Le Cascate dell'Ogwen“
Acquerello su carta vergella, 53,6 x 44,5 cm


“Il Monastero di Guisborough” è un’opera che riassume tutte le caratteristiche dello stile di Girtin.


Thomas Girtin
“Il Monastero di Guisborough“
Matita e acquerello su carta vergella, 30,5 x 47,3 cm


Le rovine del monastero sono posizionate a distanza media dopo un primo piano dipinto con un pennello piuttosto grande.
L’acquerello, dipinto su carta vergella color “bianco sporco”, ha struttura decisamente bidimensionale, ma anche una certa profondità spaziale sottolineata dai dettagli quali le mucche sulla sinistra dell’opera e un uomo che passeggia accompagnato dal suo cane, sulla destra.

Altro elemento importantissimo per il protagonista del post, era la luce.
Gli strati di pittura intensificano la densità luminosa del pigmento e aiutano a comunicare l’atmosfera tipica delle rovine. Purtroppo, però, Girtin usò delle miscele vegetali (poco resistenti) che nel tempo si sono scolorite diminuendo l’impatto originario del colore.

Un ulteriore  particolare fondamentale era la carta.
Come ho già accennato, si tratta di carta vergella “bianco sporco” disposta su un reticolato di filo di ferro (che ha lasciato una texture in rilievo) che aggiunge consistenza al tutto e soprattutto aumenta la resistenza della carta stessa ai rapidi passaggi del pennello a punta larga.

A differenza de “Il Monastero di Guisborough”, ne “La Cattedrale di St. Alban”, Girtin usò carta velina liscia, perfetta per rendere al meglio i dettagli e i particolari degli elementi architettonici realizzati con un pennello sottilissimo.
E la luce, sempre presente negli acquerelli di questo pittore, entra dalle finestre nascoste allo sguardo dell’osservatore e domina lo sfondo, delimitato da un grande arco in ombra nel primo piano.


Thomas Girtin
“Cattedrale di St. Alban“, 1796
Acquerello su carta, 42 x 55 cm


“La Casa bianca, Chelsea” è un’opera che riassume tutti gli elementi che influenzeranno successivamente i pittori di paesaggi: la luce ambientale, il disegno piatto ed orizzontale, poche dettagli, forza e semplicità sia nel colore che nel tratto.


Thomas Girtin
“La Casa bianca, Chelsea“, 1800
Acquerello su carta, 30,5 x 51,1 cm


La carta è spessa e resistente, di formato orizzontale, sempre color bianco sporco.
Il punto di osservazione è basso quindi il cielo riempie praticamente i 2/3 dell’opera, mentre tutto il primo piano è occupato dal Tamigi, in cui si riflette la sfumatura dall‘azzurro scuro al giallo chiaro del cielo. Proprio nel cielo, una miscela di blu è grigio è stata stesa su una lavatura asciutta di giallo in modo tale che la massa di nuvole sembri sospesa tra il caldo e il freddo. Lo strato grigio si ferma appena al di sopra della striscia di terra creando una sequenza di toni nei colori: freddo-caldo-freddo.


“La Casa bianca, Chelsea“, part.
Cielo


Il punto d’unione tra il primo piano ed il cielo è dato da una striscia di terra con delle case, tra le quali risalta la piccola abitazione bianca, volutamente decentrata.
La facciata della costruzione e i suoi riflessi sono stati ottenuti sfumando il giallo con la carta bianco sporco. 


“La Casa bianca, Chelsea“, part.
Casa bianca


Lo sguardo dell’osservatore è così trasportato avanti e indietro tra la casa e la luce del tramonto, che, illuminandola, contribuisce all’atmosfera suggestiva del dipinto. 
Il bianco della casa è bilanciato dalla guglia della chiesa lasciata in ombra, guidando così lo sguardo lungo il ponte e dando profondità al dipinto.


“La Casa bianca, Chelsea“, part.
Guglia


La calma del tramonto sembra fermare il tempo, tutte le attività sono sospese, nessun essere umano è presente nella scena, giusto un paio di barche anch’esse immobili lungo il fiume.
Sulla sinistra dell’acquerello, al di sotto del mulino (le cui pale, così come le barche, sono state dipinte con un pennello sottile) si trova la firma dell’autore e la data, 1800.


“La Casa bianca, Chelsea“, part.
Mulino


Nello stesso anno (1800), Girtin decise di realizzare una veduta completa a 360° di Londra che terminò nel 1801 intitolandola “Eidometropolis“. Purtroppo l'opera è andata perduta, ma esistono ancora i disegni preparatori.
Per questi ultimi, l'artista usò carta velina liscia (che adattò da fogli di carta per scrivere) per realizzare degli acquerelli che riproducono fedelmente i "colori" di Londra e la sua atmosfera.

Nella Sezione 4, ad esempio, è raffigurato il Tamigi da Westminster a Somerset House.


Thomas Girtin
"Studio per Eidometropolis, Sezione 4: il Tamigi da Westminster a Somerset House“, 1801
Matita e acquerello su carta da scrivere, 42 x 55 cm


I colori sono offuscati dal fumo di una fonderia, il cielo è plumbeo. Anche il disegno è cupo, dovuto agli effetti "fumosi" dell'atmosfera, e prevale sui colori dei palazzi. 
La sponda più lontana, sulla destra del dipinto, è immersa in una luce più morbida rispetto a quella sulla sinistra dove sono presenti le industrie.
E per rispettare la frase "immergersi nella natura", Girtin dipinse la scena sul posto: si nota la fluidità dei colori che fondono uno nell'altro, particolare che indica la rapidità con cui fu eseguito il lavoro.

In effetti Girtin, per studiare le diverse condizioni meteorologiche, rimaneva anche per ore all'aperto, magari sotto la pioggia, per studiare gli effetti delle nuvole e delle tempeste sull'atmosfera e bisogna ammettere che la cosa non è che sia proprio piacevole... il freddo, l'umido, l'acqua ghiacciata che s'infila praticamente ovunque... e gli andava comunque bene se se la cavava con un semplice raffreddore perchè poteva sempre finire colpito da un fulmine!!! ahahahah

Lo so, lo so, è sempre una delle mie battutacce, ma la tentazione è stata troppo forte!! ;-P

Anche se forse non mi sono sbagliata più di tanto, soprattutto sul freddo e sull'umido che non fanno assolutamente bene, considerando che Girtin fece giusto in tempo a completare un altro acquerello a Parigi, nel 1802, (“Rue e Porte St. Denis“, un'opera dai toni cupi, priva di qualsiasi presenza umana, probabilmente ideata per ispirare i disegnatori di scenografie teatrali), prima di morire, a soli 27 anni, di asma.



Thomas Girtin
“Rue e Porte St. Denis, Parigi“, 1801-1802
Acquerello su carta, 39,4 x 48,9 cm


Allora che ne dite? Con questo post chilometrico sono perdonata per l'assenza di questi giorni??? :-))
Buona serata a tutti i miei lettori, ciaooo :D

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