sabato 5 luglio 2014

A. Dürer e la riproduzione della Natura

Buon pomeriggio :-)

Per oggi ho preparato un bel post su Albrecht Dürer, artista tedesco di Norimberga nato nel 1471 e morto nel 1528, e questa è già la prima informazione che vi do ;-)

Nella bottega orafa paterna imparò a disegnare usando matite, penne, carboncino e, soprattutto, il bulino, uno strumento per l’incisione sull’acciaio.
Decise anche di farsi un bell’autoritratto a soli 13 anni (a Norimberga l’autoritratto era un genere inesistente) e sicuramente ci prese gusto perché continuò a farsi autoritratti per tutta la vita.

Fu uno dei primi acquerellisti, tant’è che gli acquerelli costituiscono quasi metà della sua produzione artistica, composta da più o meno mille lavori esistenti.

Alcuni acquerelli sono studi per stampe o pitture ad olio, mentre altri sono stati creati per semplice diletto, come “Il leprotto” (qui sotto).



Albrecht Dürer
“Il leprotto”, 1502
Acquerello su carta

Quest’opera, un acquerello su carta, riporta il monogramma di Dürer e la data (in basso, appena sotto le zampe anteriori dell’animale), testimonianza del fatto che l’artista lo considerava un lavoro concluso.
Da questo acquerello inoltre traspare l’amore di Dürer per gli animali: la bestiola è infatti spaventata, acquattata ma contemporaneamente pronta a spiccare il salto.
È un’opera che è stata più volte riprodotta e ha contribuito a far diventare la tecnica dell’acquerello la preferita per le illustrazioni scientifiche.

Per dare forma all’animale l’artista usò gli acquerelli mentre per la pelliccia applicò la pittura a guazzo (acquerelli resi opachi con l’aggiunta di colore bianco), ma è da notare soprattutto la precisione del tratto: alcune linee sono lunghe, altre più corte, altre ancora più spesse o più sottili…tutto in base alla posizione del pelo.

Furono dipinti anche i particolari più minuti come ad esempio il riflesso di una finestra nell’occhio dell’animaletto e solo all’ultimo furono aggiunte le luci chiare.

L’attenzione ai dettagli si nota anche nel “Disegno per una fontana da tavolo“, realizzato nel 1509 (qui sotto) in cui Dürer utilizza contemporaneamente penna a china ed acquerello.


Albrecht Dürer
“Disegno per una fontana da tavolo“, 1502

Penna a china ed acquerello su carta


A 15 anni entrò come apprendista nella bottega del pittore ed intagliatore Michael Wolgemut dove imparò a dipingere, a disegnare con penna a china ad incidere il legno e riprodurre paesaggi.

A quell’epoca, i paesaggi servivano solo per ambientare ritratti o per le illustrazioni bibliche e mitologiche, ma non erano “realistici”, Dürer invece prestava attenzione ad ogni singolo particolare, tanto che ancora oggi si possono identificare con precisione i luoghi raffigurati nelle sue opere.

Dürer visitò per la prima volta l’Italia nel 1494 realizzando molti acquerelli.
Nell’intento di riprodurre fedelmente i palazzi riprese con la stessa precisione anche i dettagli in secondo piano e dello sfondo, nonostante l’occhio umano veda gli oggetti lontani più sfocati di quelli vicini.
Nel corso del soggiorno nel Bel Paese il suo stile inizierà a mostrare un maggiore interesse per la resa atmosferica, in particolare per gli effetti di luce e i riflessi.

L’Italia era all’avanguardia sia nell’elaborazione di un codice per la prospettiva che nella rappresentazione delle proporzioni del corpo umano basata sui principi matematici di epoca classica.
Dürer osservò le opere rinascimentali e ne studiò la teoria per poi scrivere, una volta ritornato in Germania, diversi libri sull’argomento inserendo anche delle osservazioni sulle proporzioni usando la testa umana come unità di misura.
In pratica Dürer riuscì a trasportare i progressi artistici dell’Italia rinascimentale nel nord Europa.

Ne “La grande zolla erbosa” (sotto) si nota ancora una volta l’amore dell’artista nei confronti della natura riprodotta fedelmente e non come un mondo ideale.


Albrecht Dürer
“La grande zolla erbosa”, 1503
Acquerello e pittura a guazzo su carta

Probabilmente per ottenere uno studio così attento l'artista si stese pancia a terra, infatti inizialmente il dipinto sembra un insieme casuale di piante, ma ad uno sguardo più attento ci si accorge che tutte le specie ritratte sono perfettamente riconoscibili.
Dietro ai fili di erba vi è la piantaggine delle foglie ovali, poi i denti di leone con le teste dei fiori ancora chiusi ed infine altra erba.

Per creare un effetto di profondità nel fango in primo piano Dürer ha applicato con la tecnica del bagnato su bagnato (ho dedicato un post a questa tecnica, se ora vi sfugge potete dare una rinfrescatina alla memoria ;-) ) il marrone sul verde per farli fondere uno con l’altro e far risaltare meglio i fili di erba.
Il gambo del soffione è rappresentato con una pennellata decisa color ocra che contrasta col verde, colore predominante del dipinto, e l’assenza di bordi suggerisce la rotondità mentre le sottili linee verde scuro definiscono la testa del fiore.
È la stessa combinazione di colori utilizzati per l’erba: dove le foglie si piegano sono presenti due verdi, uno tendente al blu ed uno all’ocra.
Le curve delle foglie di piantaggine sono ottenute solo con l’uso di luce-ombra mentre la parte interna è resa più scura dalla presenza di morbide linee parallele a matita.

E anche questa volta mi è venuto un post bello lungo che spero stuzzichi la vostra curiosità…si si, proprio curiosità, perché ovviamente c’è tanto altro da dire, ma dovrete imparare a cercare, mica posso dirvi sempre tutto io no??!! :-D

Buon fine settimana a tutti ciaoooo!!!!

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